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Newsletter Tazzina è come quelle vecchie email di fine anni '90.
Buongiorno. Nebbia. Alle 6 la luce del lampione dà la possibilità di vedere, nel buio, in gradazioni di grigio, annusando l’aria. Quando Milano sconfina in provincia e la provincia arriva in treno a Milano.
Nell’ultima settimana sono stata affaccendata, ma di impegni piacevoli. Ho finito l’anno festeggiando in modo semplice, in piena tranquillità e conto alla rovescia; e ho iniziato l’anno nuovo con una giornata di assoluta vacanza: i pasti erano già pronti in frigo (cucinati il giorno prima, solo da riscaldare e ancora buoni) e mi sono avvoltolata sul divano per vedere qualche film senza impegno – e stare al caldo, nello spazio al sicuro. Tra i cibi pronti anche l’ultima porzione di risotto allo champagne, con lo stesso sapore di quello di mia mamma.
Film di conforto. Ero convinta che avrei acceso a rotazione i miei film di Nora Ephron, per ascoltare quello che già conosco e che non finisco di conoscere; per sentirmi dire tanto di quello che avrei dovuto capire alla loro prima visione, più di vent’anni fa, ma per immaturità o cultura non ero in grado di accogliere – e intendo le fondamenta di quelle commedie, che sono in effetti commedie perché costruite guardando avanti, con il supporto di un bagaglio di complessità che si fa però invisibile e regala al pubblico una porzione di leggerezza.
Poi, non so bene come, aprendo Netflix, navigando in Netflix, allargando quella lista di film da vedere o rivedere – aggiungi, aggiungi… aggiungi –, mi è apparso un documentario, dal titolo fatto di un carattere già parlante; il documentario dei miei sogni, quello che da almeno sei anni sognavo e non mi rendevo conto di sognare. O da tutta una vita? The New Yorker at 100. Storia di un settimanale. Dev’essere fantastico, ho subito pensato; non può non essere stupendo, deve essere stupendo; ma quando l’hanno pubblicato? Com’è che me ne accorgo soltanto adesso? Ma ho letto bene? Com’è possibile che nella mia bolla di Instagram io non l’abbia ancora intercettato? Ma dove vivo? Perché sono stata esclusa dal target nella promozione di questa uscita su Netflix? Io pretendo di essere riammessa in quel target, non me ne frega niente di cosa pensa di me l’algoritmo.
The New Yorker at 100, pubblicato a inizio dicembre, è del regista Marshall Curry, che non conoscevo ancora. Nessuna esitazione e ho cliccato play.
Film nel mentre. Ho guardato il documentario con gli occhi invaghiti di una prima visione, mettendolo in pausa qualche volta per assaporare ancora una frase, una battuta, una vignetta umoristica che si capisce un po’ dopo. Per fare quello che non si può fare al cinema: domandare nel mentre a un motore di ricerca o all’intelligenza artificiale – bisbigliando? – qualche informazione su un personaggio sullo schermo che è una persona viva in carne e ossa. Vorrei vedere questo film anche al cinema? Sì, che lo vorrei. Anche se fosse in una sala semivuota. Capiterà? È da cinema, e quindi dovrebbe capitare, anche dopo la pubblicazione su Netflix. Io sono un pubblico un po’ teatrale: non me ne frega niente del finale di una storia, io voglio vedere il come è stata raccontata anche 100 volte, anche per tre secoli, e buon 2026. Ed emozionarmi sempre per quel solito finale.
Il tipo di coinvolgimento per The New Yorker at 100 non mi capitava dalla mia prima visione di Ex Libris: New York Public Library, nel 2023 (questo documentario è del 2018, ma io l’ho visto in ritardo, sempre per colpa dell’algoritmo); non riesco a non metterli in collegamento telefonico. Il filo è certamente New York, ma non mi basta questa liquidazione; è un’idea di New York, ma anche questa motivazione non è sufficiente. Potrebbe mai esserlo? Allora, finita la prima visione del nuovo documentario, mi sono fiondata su YouTube per noleggiare Ex Libris, di Frederik Wiseman, e far continuare a vivere, dopo 1 ora e 37 minuti di The New Yorker, altre 3 ore di quella New York: che è una meta, ispirazione, aspirazione, miracolo di idee che si concretizzano e che possono cambiare qualcosa, anche se in 100 anni e con grande fatica. Quell’idea di New York che deve esistere, resistere ed essere trainante. Come quell’idea che ho di Milano, che arriva a toccare la provincia e la provincia che arriva a toccare Milano. E dopo quest’afflato poetico e urbano, tiro un sospiro.
Domani è domenica, la prima del mese, la prima del 2026 - e la seconda di Tazzina@+ (la newsletter con qualche info in più, che non puoi leggere al cinema, e dedicata agli abbonati a pagamento): anche se non mi conosci, dovresti aver capito di cosa andrò a parlare.
Dimenticavo. Il 31 dicembre, a chiusura del 2025, ho pubblicato un breve articolo nel mio blog di comunicazione. Su consiglio di Lynne Truss, che è l’autrice di Virgole per caso (te ne parlavo qui e c’è anche Harold Ross), ho letto un racconto di Čechov e non me ne sono pentita; quando vuoi dare un’occhiata alle mie parole, le trovi qui. Ma temo che, se come me leggerai Il punto esclamativo (Racconto di Natale), poi vorrai leggere anche di Čechov qualche come in più.
Buon inizio fine settimana e a domani. Goditi uno spazio al sicuro e ascolta la nebbia. Io nel pomeriggio metto le cuffie e registro il podcast.
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