La carta cliché
Newsletter Tazzina è come quelle vecchie email di fine anni '90.
Buongiorno. Leggi questa mia email adesso, ma l’ho scritta ieri sera.
Prendila così, guardala così, perché è una email con un tono che forse non ti aspetti: oggi disattendo. Dopo giorni milanesi estivi, è tornata la più fresca primavera. Ebbene, in questa apertura di email sfodero la carta cliché non so più come vestirmi, perché le stagioni – le stagioni intere – nel 2026 non esistono. Esagero? Vèstiti a strati, dirai tu, con il tuo solito buonsenso, come fossimo in una specie di clima atlantico. Va bene, certo, ma io non amo vestirmi a strati, come la mettiamo?
Io vorrei uscire di casa sapendo se fa freddo o se fa caldo, e non vorrei trascorrere il tempo delle mie camminate a rimuovere strati e a rimettermi strati, spostandomi tra i 10 e i 28 gradi. Togli e metti, metti e togli: i capelli che si impigliano, il maglione da arrotolare in vita, nello zaino però è meglio, e allora apro lo zaino, faccio spazio per il maglione, richiudo, rimetto in spalla, percorro due metri, arriva l’ombra, la nuvola grigia, riapro lo zaino, ho sbagliato, indosso di nuovo lo strato, no, non va bene, rinsacco il maglione, metto anche la giacca, si è alzato il vento, minaccia pioggia, mi minaccia la pioggia – dove ho messo il telefono? – e caccio in fondo allo zaino il portafoglio – dove ho messo il telefono? – un biglietto del treno, una penna, le cicche, che buone, sanno di menta, ecco, lo sapevo, mi è caduta la forcina, e mi sono caduti gli occhiali da sole sull’asfalto, e mi è caduto pure il telefono, però nessun graffio, forse il salvaschermo funziona davvero, e fa di nuovo caldo, una carta di una caramella, ma quand’è che io ho mangiato una caramella? Ci sarà un cestino a meno di un metro? E comunque l’asfalto forse è meglio della polvere e delle macerie e la carta della caramella è caduta dal mio zaino. E allora adesso sudo e non me ne frega niente. E adesso prendo freddo e non me ne frega niente, perché sempre meglio che le macerie: dimmi tu se si può vivere in questo stato mentale! E questa storia del vestirsi a strati è romantica solo se sei in viaggio. Definiscimi “viaggio”: non lo conosco.
Quando quest’anno per la prima volta potrò uscire di casa soltanto con jeans, t-shirt e una borsa ristretta dove il telefono non si perde perché è l’unico oggetto capace di stare in quel microcosmo, avendo la certezza di poter lasciare a casa in tranquillità il capello peruviano, io festeggio e ti scrivo fuori orario, fuori stagione e fuori di me dalla gioia.
E tu dirai, con il tuo solito buonsenso: io festeggio quest’anno se esco di casa e non mi casca una bomba in testa.
Guarda, a spanne, forse hai ragione anche tu. Però io vorrei dirti che ho tentato di essere vestita a strati, eppure per un attimo consapevolmente composta solo di leggerezza, quella interiore.
E adesso, dopo averti rifilato un cliché dopo l’altro, come fossero strati e strati di vestiti che vanno bene da settembre a fine agosto, passo alla parte semiseria della mia email: la canotta, che non si toglie sotto i 25 gradi.
Mostre. Ti ho detto che nel giorni di pausa di primavera sarei andata a qualche mostra, giusto? E in effetti sono andata, però soltanto a una. Una mostra, e un’intervista dal vivo a un musicista – ma è tutto collegato. Un collegamento capitato bene, insieme all’ascolto (ma in cucina) di un vetusto pezzo di Madonna.
Domani è il giorno di Tazzina@+, quella che avrei dovuto pubblicare domenica scorsa ma che ho posticipato perché ho preferito sgranare gli occhi per scriverti meglio. Di cosa ti parlerò? Di come possa essere sano osservare a lungo un’opera d’arte di uno di quegli artisti che sono tanto conosciuti, ma togliendo, sia all’artista che alla sua opera, strati e strati di narrazione. E sarò serissima, così seria da indossare anche gli occhiali da vicino.
Buon sabato e a domani!
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